giovedì 20 novembre 2014

Greaser's Muffins con carote, mandorle e arance caramellate

Questo mese la sfida dell'MTC mi ha portato indietro con i ricordi. 
Se la scelta al testo a cui ispirarmi per i muffins salati: "Gelsomino nel paese dei bugiardi" di Gianni Rodari, era stata immediata, quella per i muffins dolci è stata un po' più sofferta. Non che io ci abbia pensato molto, in realtà non riuscivo a pensare a molto, ma poi d'improvviso una melodia in testa, associata ad un film, tratto da un romanzo che ho amato alla follia, fino alle viscere.
Sono corsa alla libreria del salotto e ho trovato il libro, comprato anni fa in lingua originale su internet, "The Outsiders (I ragazzi della 56°strada)" di S.E. Hinton e al suo interno ho trovato un post-it giallo proprio alla pagina con la poesia di Robert Frost "Nothing gold can stay (Niente che sia d'oro resta)", se non è un segno questo...

Ma facciamo un piccolo passo indietro, a circa 25 anni fa.
Io e mia cugina Monica, di 3 anni più grande, eravamo inseparabili, in effetti a mente lucida e a distanza di tanti anni penso proprio che lei non ne fosse poi nemmeno così contenta, aveva le sue amiche, i suoi libri e io mi infilavo sempre nel mezzo. Avevamo due caratteri opposti, lei poco espansiva, riflessiva, amante dei libri, del disegno e degli animali, io sempre alla ricerca di qualcuno con cui condividere il mio tempo, qualcuno che assorbisse un po' delle mie energie.
L'amore per la lettura però ci univa, ricordo che andavamo spesso in biblioteca, percorrendo a piedi i 2 km che ci separavano da Villa Litta, nel quartiere Affori a Milano e passavamo interi pomeriggi tra gli scaffali dell'antica villa affrescata, immergendoci in fantastiche avventure fantasiose.

Un giorno ero a casa sua e mi sono imbattuta in un libro rosso, senza sovracopertina, mi sono chiusa in bagno, con la schiena appoggiata alla piccola vasca da bagno ed ho iniziato a leggere: "Quando mi ritrovai nella luce accecante del sole uscendo dall'oscurità del cinema, avevo solo due cose in mente. Paul Newman e un passaggio per casa...".
Ne lessi solo un paio di pagine e rimasi colpita e affascinata, poi nulla per anni, fino a quando non uscì il film. Inutile dire che ho consumato la videocassetta, ho pianto tutte le mie lacrime e mi sono innamorata di tutti i suoi personaggi (il cast è tra i più ricchi della cinematografia e non solo per la bravura degli attori :-P). Il libro però l'ho letto solo pochi anni fa, in inglese e mi è piaciuto forse più della sua trasposizione cinematografica, magistralmente diretta da Francis Ford Coppola.


La Hinton pubblicò “The Outsiders” nel 1967 quando aveva solo 18 anni e narrando la storia di due bande giovanili in lotta: i Greaser e i Social -i primi parte del sottoproletariato povero che viveva in periferia, i secondi borghesi ricchi che risiedevano nei quartieri più abbienti- realizzò un’opera destinata a restare nella storia della letteratura americana. 
Ai tempi della sua pubblicazione “The Outsiders” suscitò numerosissime polemiche, dentro e fuori dal mondo letterario, e venne bandito da molte librerie e da quasi tutte le scuole: il ritratto di violenza e abbandono che offriva, l’immagine di minorenni che fumavano e che bevevano e il linguaggio da strada intriso di gerghi giovanili con cui l’intera storia era raccontata (il tutto unito alla rappresentazione di ambienti familiari degradati e disfunzionali) non potevano essere facilmente accettati dalla società del tempo. Malgrado la censura, il romanzo della Hinton divenne presto un classico ‘non ufficiale’ della letteratura statunitense, tanto che oggi, proprio in virtù delle reazioni controverse che suscitò e che tutt’ora suscita, è divenuto parte del curriculum nella maggior parte delle scuole medie e superiori americane.
Al di là delle differenze che sempre affiorano tra un film e il romanzo da cui è stato tratto, c’è qualcosa di semplice e universale al cuore d’entrambe queste opere: qualcosa che ha a che vedere col nostro sentirci parte del mondo e dello scorrere del tempo, e che alle volte porta a galla il timore d’essere tutti quanti destinati, crescendo, a perdere la parte migliore di noi stessi. E come in ogni storia che sa davvero raccontare la vita, questa cosa accende una scintilla di poesia (e di speranza) nella solitudine e nel dolore che ci circondano.
Questa cosa è una lirica di Robert Frost.
Ve la lascio in inglese, aggiungendo la traduzione come compare nella versione italiana del film (e nella quale, inutile che ve lo dica, si perde gran parte della bellezza originale del verso), sperando che anche voi, come Ponyboy, riusciate a mantenere sempre vivo e lucente quello spicchio d’oro che vi è stato donato al momento della nascita. (*)

Nothing gold can stay di Robert Frost
Nature’s first green is gold,
Her hardest hue to hold.
Her early leaf’s a flower;
But only so an hour.
Then leaf subsides to leaf.
So Eden sank to grief,
So dawn goes down to day.
Nothing gold can stay

Niente che sia d’oro resta
In Natura il primo verde è dorato,
e subito svanisce.
Il primo germoglio è un fiore
che dura solo un’ora.
Poi a foglia segue foglia.
Come l’Eden affondò nel dolore
Così oggi affonda l’Aurora.
Niente che sia d’oro resta.

(*) tratto dal blog La poesia e lo spirito (https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2013/03/19/stay-gold/)

Io non ho paura dello scorrere del tempo, la mia vita in tutte le sue fasi mi ha sempre regalato grandi cose e ancora continua a regalarmene, anche se non è sempre o non è sempre stata rose e fiori. Sono pronta e curiosa di vedere tutte le tonalità di questo splendido germoglio e sono felice di potermi guardare indietro ed emozionarmi di fronte ai ricordi o di sognare il mio futuro e sperare che sia sempre colmo di gioie e stimoli interessanti di crescita.
Cerco di rispettare le volontà di Johnny, quando in punto di morte scrisse a Ponyboy una lettera bellissima e commovente in cui gli spiegava cosa significasse per lui la poesia di Frost:"Ho pensato molto a quella poesia, al tizio che l'ha scritta. Vuol dire che uno è d'oro da ragazzo, quando è verde. Quando uno è giovane è tutto nuovo: è l'alba. Il modo come tu vedi i tramonti è d'oro, rimani come sei: è importante."

Stevie Wonder - Stay Gold


Ho pensato di realizzare dei muffins ispirati alla carrot cake americana, torta di carote e mandorle e di completarli con un sole dorato pieno di brillantina.



















Ingredienti per 8 muffins medi:
200 g di farina 00
135 g di farina di mandorle
65 g di zucchero di canna
6 g di lievito
1/2 cucchiaino di bicarbonato
2 pizzichi di sale
la scorza grattugiata di un'arancia
45 g di olio di arachidi
270 g di carote
2 uova piccole
Per le arance caramellate:
1 arancia
8 cucchiai d'acqua
3 cucchiai di zucchero
3 cucchiai di rum


In una ciotola mescolare tutti gli ingredienti secchi: la farina oo, le mandorle precedentemente tritate finemente con lo zucchero di canna, il lievito, il bicarbonato, il sale e la scorza d'arancia grattuggiata. 

Sciogliere il burro e, una volta raffreddato, unirlo all'uovo sbattuto e al latte a temperatura ambiente.
Sbucciare le carote ed eliminare le estremità, frullarle con l'olio di arachidi fino ad ottenere una crema e aggiungere poi le uova precedentemente sbattute.
Formare una fontana nella ciotola degli ingredienti secchi e versarvi dentro il composto liquido. Amalgamare brevemente il tutto, il composto dovrà risultare grumoso.
Ricavare dei quadrati di carta forno e foderare gli stampini in silicone e riempirli per 2/3 con il composto e infornare per 22 minuti a 180°.
Nel frattempo lavare accuratamente un'arancia e ricavare 8 fette di circa 1/2 cm.
Mettere l'acqua, il rum e lo zucchero in una padella che contenga tutte le fette di arancia in un solo strato e far bollire il tutto, girando le fette d'arancia di tanto in tanto, fino a quando lo sciroppo non si sarà ristretto.
Sfornare brevemente i muffins, coprire la superficie di ognuno con una fetta d'arancia caramellata e continuare la cottura in forno per altri 3 minuti.
Sfornare e farli riposare per 5 minuti su una gratella prima di servire.

gli sfidantiCon questa ricetta partecipo all'MTChallenge di novembre lanciata da Francy del blog Burro e Zucchero.

domenica 16 novembre 2014

Muffins di Gelsomino alla farina di segale con pere, speck, gorgonzola e noci

Durante tutto il ciclo delle scuole elementari nella mia classe è stata creata una piccola biblioteca di libri acquistati con il contributo dei nostri genitori. 
Alla fine della quinta questi libri sono stati divisi tra noi alunni, ma la scelta non è stata casuale, ci era stato chiesto di fare un tema, un riassunto del nostro libro preferito, con tanto di disegno della copertina.
Il mio libro preferito era Gelsomino nel paese dei bugiardi di Gianni Rodari. 
Ricordo ancora quando l'ho letto, era un sabato mattina, una giornata di primavera, ed ero in balcone (all'epoca un bel balcone coperto) mentre mia mamma faceva i mestieri settimanali. 
Ero su una sdraio e accanto a me c'era un sacchetto di Gocciole. 
Ho iniziato e finito tutto il libro in un paio d'ore, totalmente assorta nella lettura e totalmente appassionata. 
Ahimè con il libro è finito anche il sacchetto di biscotti, per la disperazione di mia madre, che faceva di tutto per farmi perdere qualche etto. 
Ovviamente Gelsomino era il mio libro preferito tra quelli della nostra biblioteca, ma sfortunatamente era l'unico a non appartenervi, era infatti della maestra Pinuccia. 
Ho trovato e conservato il tema che feci in quinta elementare, (adesso è sicuramente in uno scatolone in cantina), ma il caso ha voluto che tanti anni dopo trovassi proprio questo libro in ottime condizioni in una piccola bancarella di libri usati alla festa del mio quartiere e che costasse addirittura solo 1 euro.

Adesso fa bella mostra nella biblioteca di casa mia ed è il libro che ho scelto per questa bellissima sfida dell'MTC, lanciata da Francy del blog Burro e zucchero
Mi capita spesso di sfogliarlo e ricordavo ci fosse un racconto dedicato alle pere e così mi son lasciata ispirare per questa bellissima sfida, in cui i nostri muffins dovevano essere "dedicati" ad un testo letterario. 
Immagino che anche Gianni Rodari si lasciò ispirare, almeno nel titolo, dal proverbio: "Al contadino non far sapere quant'è buono il cacio con le pere".

Irene è già una piccola lettrice accanita come la mamma, ci insegue per la casa con i libri in mano, a qualsiasi ora del giorno. Si siede sulle nostre gambe e sfoglia le pagine di tutti i libri della sua piccolissima biblioteca personale.
Sono sicura che amerà Gelsomino, quando avrà l'età per leggerlo, e quando lo farà le preparerò questi muffins, sperando amerà anche loro.

Al vicinato non far sapere che la tua voce matura le pere
Una mattina Gelsomino andò nei campi e vide che le pere erano mature. Le pere fanno così: senza dirvi niente lavorano, lavorano, una mattina andate a vederle e sono mature, è ora di coglierle.
«Peccato, — disse Gelsomino fra sé, — non ho portato la scala. Andrò a casa a prenderla e porterò anche la pertica per scuotere i rami più alti».
Invece in quel momento gli venne un'idea, quasi un capriccio.
— Se provassi con la voce? — si domandò.
E un po' per ischerzo, un po' sul serio, si piantò sotto l'albero e lanciò un grido:
— Giù!
— Patapum, patapàm, patapùmfete, — gli risposero le pere, piovendogli intorno a centinaia.
Gelsomino passò a un altro albero e fece lo stesso. Ogni volta che gridava «giù», le pere si staccavano dal ramo, come se fossero state lì solo ad aspettare quell'ordine, e cadevano a terra. La cosa mise Gelsomino di buon umore.
«Fatica risparmiata, — pensava, — peccato che non ci abbia pensato prima ad usare la voce al posto della scala e della pertica».
Mentre faceva il giro del frutteto, lo vide un contadino che zappava nel podere accanto: si fregò gli occhi, si pizzicò il naso, tornò a guardare, e quando fu ben certo di non sognare, corse a chiamare la moglie.
— Guarda anche tu, — le disse tremando. — Gelsomino è sicuramente uno stregone.
La donna guardò, e cadde in ginocchio esclamando:
— È un santo.
— Ti dico che è uno stregone!
— E io ti dico che è un santo!
Marito e moglie, fino a quel giorno, erano andati abbastanza d'accordo: ma in quel momento misero mano lui alla zappa, lei alla vanga e stavano per difendere con le armi le loro opinioni, quando il contadino propose:
— Andiamo a chiamare i vicini. Che vedano anche loro, sentiamo anche il loro parere.
L'idea di correre a chiamar gente, e di aver materia per spettegolare un bel po', convinse la donna a posare la vanga. Prima di sera tutto il paese sapeva quel ch'era successo e la gente si era divisa in due partiti: uno sosteneva che Gelsomino era un santo, l'altro che Gelsomino era uno stregone. Le discussioni crebbero come le onde del mare quando comincia a soffiare il maestrale.
Scoppiarono anche delle liti, ci furono dei feriti, leggeri per fortuna: uno, per esempio, si scottò con la pipa perché, nel fervore della discussione, se l'era cacciata in bocca dalla parte del fornello. I carabinieri non sapevano che pesci pigliare, e difatti non ne prendevano: passavano da un gruppo all'altro predicando la calma ai due partiti.
I più fanatici si diressero verso il podere di Gelsomino: alcuni per strapparne un ricordo, perché era terra benedetta, altri per devastarlo, perché era terra stregata. Gelsomino, nel veder correre tutta quella gente, pensò che fosse scoppiato un incendio da qualche parte, e afferrò un secchio per aiutare a spegnere le fiamme. Ma la gente si fermò davanti alla sua porta, e Gelsomino sentì che si parlava di lui.
— Eccolo, eccolo!
— È un santo.
— Macché santo: è uno stregone. Ha anche il secchio per fare le magie, guardate.
— Stiamo lontani, per carità! Se ci butta addosso quella roba siamo perduti.
— Quale roba?— Ma non vedete? È pece dell'inferno: roba che dove tocca passa da parte a parte e non c'è medico che possa tappare il buco.
— È un santo, è un santo!
— Ti abbiamo visto, Gelsomino: tu comandi ai frutti di maturare ed essi maturano, comandi loro di cadere e cadono.
— Siete diventati tutti matti? — domandò Gelsomino. — È solo per colpa della mia voce. Fa uno spostamento d'aria come quando soffia un ciclone.
— Sì, sì, lo sappiamo, — gridò una donna, — tu fai i miracoli con la voce.
— Macché miracoli, sono stregonerie!
Gelsomino buttò per terra il secchio, con un gesto di rabbia, entrò in casa e tirò il catenaccio.
«La mia pace è terminata, — rifletteva. — Non potrò più fare un passo senza che la gente mi corra dietro. Di sera, a veglia, non parleranno che di me, e spaventeranno i bambini raccontando loro che sono uno stregone. È meglio che me ne vada. Del resto, che cosa faccio in questo paese? I miei genitori sono morti, i miei migliori amici sono caduti in guerra. Me ne andrò per il mondo e proverò a far fortuna con la mia voce. C'è gente pagata per cantare: è strano, perché nessuno dovrebbe essere pagato per una cosa che fa piacere come cantare, ma è così. Forse riuscirò a diventare un cantante anch'io».
E presa questa decisione, mise le sue poche cose in uno zaino e uscì nella via. La folla gli fece largo, sussurrando. Gelsomino non guardò nessuno. Teneva gli occhi fissi davanti a sé e non diceva niente. Ma quando fu abbastanza lontano, si voltò a guardare un'ultima volta la sua casa.
La gente era ancora là, e se lo additava come se fosse stato un fantasma.
«Ora gli faccio io uno scherzo come si deve», — pensò Gelsomino.
Si riempì i polmoni d'aria e gridò:
— Addio! — con tutta la potenza della sua voce.
L'effetto di quel saluto fu immediato: gli uomini si sentirono portar via di testa il cappello da una ventata improvvisa, e qualche vecchia signora, purtroppo, si trovò da un attimo all'altro con la testa più calva di un uovo, a rincorrere la sua parrucca che aveva preso il volo.
— Addio, addio! — ripetè Gelsomino, ridendo di cuore per la prima monelleria della sua vita.
Cappelli e parrucche si riunirono in uno stormo, come uccelli migratori si alzarono fra le nuvole, sospinti dalla forza straordinaria della voce, e in pochi minuti disparvero. Si seppe in seguito che erano andati a ricadere a distanza di parecchi chilometri: qualcuno passò perfino il confine.
Anche Gelsomino, qualche giorno dopo, varcava il confine e scendeva nel più strano paese di questo mondo.

Ingredienti per 6 muffins:
100 g di farina integrale di segale
50 g di farina 00
25 g di Parmigiano Reggiano
4 g di lievito in polvere per salati
1/4 cucchiaino di sale fino
un pizzico di bicarbonato
pepe q.b.
50 g di speck 
50 g di gherigli di noce
50 g di gorgonzola dolce
80 g di pere
50 g di latte
35 g di burro + una noce per completare
1 uovo

In una ciotola mescolare tutti gli ingredienti secchi: le due farine, il Parmigiano Reggiano, il lievito, il bicarbonato, il sale e una grattata di pepe. Tagliare lo speck (in una sola fetta) in piccoli dadini e unirlo al composto, fare lo stesso con la metà delle noci tritate grossolanamente al coltello e con il gorgonzola (se morbido utilizzare un cucchiaino per porzionarlo e mescolarlo delicatamente alla farina, in modo che non sia più appiccicoso).
Sciogliere il burro e, una volta raffreddato, unirlo all'uovo sbattuto e al latte a temperatura ambiente. Unire infine le pere tagliate a dadini.
Formare una fontana nella ciotola degli ingredienti secchi e versarvi dentro il composto liquido. Amalgamare brevemente il tutto, il composto dovrà risultare grumoso.
Imburrare gli stampini in silicone e riempirli per 2/3, coprire la superficie con le noci restanti e un fiocchetto di burro e infornare per 25 minuti a 180°.
Sfornare e sformare dopo averli fatti riposare per 5 minuti.


























L'abbinamento di pere, speck, gorgonzola e noci non è nuovo nelle mie ricette, ma lo amo talmente tanto che non riesco a non proporlo ogni tanto. Questa volta ho voluto aggiungere anche la farina integrale di segale e il gusto era davvero buonissimo anche se la lievitazione in cottura, a mio parere, ne ha un po' risentito.
I muffins erano deliziosi, con una perfetta crosticina croccante e un cuore morbido e burroso!
La prossima volta li rifarò con il gorgonzola piccante, per dare quel piccolo sprint in più.

Dedico questa ricetta ad uno degli incontri più belli ed importanti della mia vita, quello con la mia maestra Pinuccia.

gli sfidantiCon questa ricetta partecipo all'MTchallenge di novembre lanciata da Francy del blog Burro e Zucchero, con la complicità della mente più insana della blogosfera.

martedì 11 novembre 2014

Pangoccioli (con lievito liquido)

La colpa è sempre sua, si parlo proprio di Paoletta, che l'ultima volta che venuta a cena a casa mia mi ha portato dei pangoccioli.
È tanto che voglio fare un impasto dolce col mio Alfie, che a parte per qualche sparuta pizza, viene abbandonato nel frigorifero sempre troppo a lungo. 
Venerdì mattina invece l'ho tirato fuori, ho fatto un paio di rinfreschi con acqua e farina in egual misura per riattivarlo e poi l'ho rimesso in frigorifero.
Sabato mattina aveva nuovamente raddoppiato il suo volume e quindi ho deciso che era il momento giusto per preparare un impasto degno di questo nome.
Paoletta per suoi pangoccioli aveva utilizzato la ricetta del pan brioche di Luca Montersino, io l'avevo già fatto e quindi ho detto "wow è semplicissimo". 
Ho messo gli ingredienti in planetaria e poi mi sono accorta, ad esempio, che non avevo abbastanza burro, che non volevo mettere il rum nell'impasto perché anche Irene avrebbe potuto mangiarli e che non avevo nemmeno l'estratto o una bacca di vaniglia. "Poco male" mi sono detta e ho riadattato la ricetta agli ingredienti che avevo in casa utilizzando l'olio al posto del burro che mi mancava e utilizzando più miele al posto dell' estratto di vaniglia e della buccia d'arancia.
Ho impastato e ottenuto un'incordatura perfetta, ho coperto la ciotola con pellicola poi sono partita per la montagna. 
L'impasto doveva lievitare per 24 ore in frigorifero, io l'ho lasciato fuori e di ore ne son passate ben 30, quando sono rientrata a casa domenica sera sono rimasta sbalordita da come fosse lievitato bene, avendo quasi triplicato il suo volume. Sono sincera, avevo un po' paura, ultimamente Alfie non aveva dato degli ottimi risultati con la pizza e la colpa era sicuramente dovuta mio lasciarlo troppo tempo senza coccole, ma stavolta non mi ha deluso.
Ho diviso l'impasto e poi l'ho messo in forno e sono rimasta ancor più sorpresa nel vedere che in forno cresceva ancora.
Che dire sono perfetti morbidi e golosi, l'unica cosa negativa è che non riesco a fermarmi e continuo a mangiarli.
In realtà li avevo fatti per la colazione però ci ho già fatto anche merenda e ne ho mangiato uno anche mentre facevo la foto. 
Ok da domani mi rimetto a dieta.


















Ingredienti per circa 25 Pangoccioli:
500 g farina 0
160 g di lievito liquido attivo
90 g di burro
70 g di olio evo
80 g di zucchero
150 g di uova
110 g di latte
30 g di miele fiori d'arancio
7 g di sale
100 g di cioccolato fondente
50 g di cioccolato al latte


Mettere nella planetaria la farina, il lievito e lo zucchero e avviare con il gancio. 
Aggiungere il latte, poi le uova, leggermente battute a parte e lavorare per almeno 5 minuti.
Unire l'olio, il miele e il burro morbido un po' alla volta facendolo assorbire fra un passaggio e l'altro.
Aggiungere il sale e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio, amalgamato ed incordato, circa 15/20 minuti.
In ultimo aggiungere il cioccolato tagliato grossolanamente al coltello e distribuirlo bene in tutto l'impasto.
Mettere quindi in una ciotola coperta da pellicola trasparente e lasciar lievitare fino al raddoppio (io l'ho lasciato lievitare a temperatura ambiente per 30 ore e il volume è triplicato).
Formare delle palline stando attenti a non manipolare troppo l'impasto per non sgonfiarlo e metterle su una placca da forno coperta da carta. Spennellare con latte tiepido e infornare a 180° per circa 15/17 minuti.
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